L’invetriatura è un rivestimento impermeabilizzante che, a seguito della cottura, assume un aspetto vetroso. Esso si ottiene mediante una sorta di “vernice” del tutto simile all’impasto usato per fabbricare il vetro, a base silicica, contenente cioè quarzo (disponibile, ad esempio, attraverso la sabbia). Al quarzo (ad esempio alla soluzione sabbiosa) si mescolava una serie di fondenti, ovvero di componenti minerali che abbassavano il punto di fusione del quarzo (che normalmente è a 1550°C circa, temperatura alla quale il vaso sarebbe stato danneggiato). Il fondente utilizzato per la ceramica invetriata romana è costituito di solito da ossidi di piombo (vernice piombifera). Talvolta alla vetrina vengono aggiunti dei pigmenti: l’ossido di ferro (per ottenere una colorazione rossa o bruna) o l’ossido di rame (per ottenere il blu o il verde). La vernice veniva applicata sul manufatto crudo (e quindi si aveva una monocottura) oppure che aveva già subito una prima cottura (biscotto). Le modalità della cottura determinano la vetrificazione della vernice e possono influenzare la tinta finale, che nella prima e media età imperiale varia dal verde al giallo, mentre in età tardoantica tende al verde scuro (verde oliva).
Nell’area sud del centro abitato, alla base del monte Cantacucco e allo sbocco della piccola valle Capraia, val Cavrera, nel corso di lavori per la realizzazione di un parcheggio fu distrutto un abitato dell’età del Bronzo. I livelli dell’abitato erano coperti da strati di epoca romana e da sepolture altomedievali e documentano una continuità, ma anche una destinazione d’uso diversa. L’area non fu oggetto di scavi, ma di parziali ripuliture che misero in evidenza gli strati e permisero la raccolta di materiali, tra i quali sono stati riconosciuti anche reperti dell’età del ferro.
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